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On Air Now
Fresh Frozen
Achille Succi - alto sax, bass clarinet
Christopher Culpo - piano
Oren Marshall - tuba

LA CADUTA

INTERVISTA / ACHILLE SUCCI

Achille Succi è uno dei musicisti di punta del jazz italiano ed europeo. Strumentista eclettico, è in grado di padroneggiare il sassofono alto come il clarinetto basso, in un’infinità di stili e possibilità sonore. In occasione della pubblicazione di Thawing Mammoth, nuovo lavoro del suo trio Fresh Frozen, ci siamo fatti una bella chiacchierata con lui su moltissimi aspetti della sua vita e del suo lavoro.

Ciao Achille! Partiamo dagli inizi: come ti sei avvicinato alla musica? Quale artista ti ha influenzato maggiormente?

Ciao! Ho incominciato da bambino nella banda del paese, prima col clarinetto e successivamente col sax alto. A 14 anni ho scoperto Charlie Parker e il jazz: è stata una vera folgorazione.

In seguito lo stesso effetto me lo hanno fatto Eric Dolphy, David Liebman, Steve Coleman ed Henry Threadgill, ma parlando di artisti che mi hanno influenzato potrei citarne tantissimi altri.

Ti definiresti più strumentista o compositore?

Mi piacerebbe definirmi compositore, ma in realtà sono uno strumentista che per esplorare differenti tecniche di improvvisazione ricorre anche alla scrittura. Credo infatti che le due cose non si escludano a vicenda, anzi, certe volte penso che un pezzo ben riuscito sia quello in cui non si capisca dove finisca la scrittura e dove cominci l’improvvisazione.

Inoltre la composizione per me è un mezzo per fissare le idee musicali, andare oltre lo strumentismo virtuoso fine a se stesso, che, vuoi anche per ragioni anagrafiche, bisognerebbe cercare di superare per trovare il modo di trasmettere il proprio “messaggio” in modo più sintetico.

Come il tuo lavoro di insegnante di musica influisce sulla tua poetica di musicista?

Credo che l’insegnamento sia una parte importante dell’essere musicista; chiaramente è un’attività che può togliere spazio o energie al “palco”, ma è anche vero che il dovere spiegare agli allievi cose che magari si sono imparate a pelle aiuta a chiarirle anche a me stesso. Inoltre si resta in contatto con un energia più fresca e ricettiva come può essere quella di un allievo che si sta formando; questo aiuta anche me a riconoscere i miei clichè e a cercare di rinnovarmi musicalmente.

Ascoltando il nuovo album dei Fresh Frozen, Thawing Mammoth (pubblicato da El Gallo Rojo Records), ci si trova di fronte a un oceano vastissimo, pieno di moltissime linee ed idee. Non hai paura della confusione e della dispersione?

Sono particolarmente contento del secondo disco di Fresh Frozen, mi fa piacere che all’ascolto si percepiscano queste linee ed idee, anche se non mi sembra un lavoro così dispersivo. In verità mi sembra un disco con una direzione ed un colore musicale molto chiaro, incentrato sul contrappunto e sulla ricerca, sia nella scrittura che nella improvvisazione. Forse questa impressione di oceano vastissimo è il contrappunto, del quale Christopher Culpo [pianista del trio, ndr] ed io abbiamo appena sfiorato la superficie.

Infatti molto forte sembra essere un’idea orizzontale della musica, più contrappuntistica che armonica. Perchè ti stai orientando in questa direzione?

Sì, in entrambi i lavori di Fresh Frozen c’è un’idea di improvvisazione e composizione orizzontale, contrappuntistica. Non per questo ho abbandonato l’armonia, solamente che ogni tecnica produce differenti risultati musicali, e in questo caso il suono che ci interessava poteva uscire più facilmente con il contrappunto.

La ricerca timbrica è una caratteristica ricorrente dei tuoi lavori. Un suono può avere senso in sé, anche a prescindere da una melodia o da un ritmo?

Schonberg alla fine del suo Manuale di Armonia accennava a un’idea di “melodie di timbri”, un’idea che sposo pienamente. L’effetto di una linea musicale può cambiare completamente a seconda che venga suonata da una tuba piuttosto che da un contrabbasso, e così anche l’improvvisazione. Poi ci sono gli impasti timbrici, anche qui un oceano tutto da scoprire per me.

A doverla catalogare, la tua musica finirebbe probabilmente in quel calderone che è il “jazz d’avanguardia”. Ti ci ritrovi in una definizione così?

Mi fa piacere che la mia musica sia considerata “d’avanguardia”, ma penso che ci siano musicisti molto più all’avanguardia di me, sempre che questa definizione abbia ancora un senso. Se dovessi definire quel che faccio, direi “musica di ricerca di matrice jazzistica con influenze colte europee”, ma comunque questa definizione mi verrebbe stretta.

Sei attivo anche nella scena pop e cantautoriale italiana, avendo collaborato con John De Leo e Vinicio Capossela. Come si rapporta con questo mondo un musicista di jazz?

In generale credo che il musicista jazz sia apprezzato nel mondo del pop per la sua duttilità e la sua capacità di trovare rapidamente soluzioni musicali senza bisogno di avere uno spartito. D’altra parte il jazzista nel pop deve riuscire a mettersi al servizio della musica in un contesto dove l’improvvisazione, l’assolo, non sono le prerogative più importanti del pezzo, che è incentrato sul testo e sulla voce.

E’ successo esattamente questo con Vinicio Capossela, mentre con John De Leo pensavo che ci sarebbe stato più spazio per l’estemporaneità all’interno delle composizioni, mentre presto tutto si è cristallizzato in una forma musicale poco flessibile, solo apparentemente di ricerca.

Che rapporto hai con il tuo pubblico?

Dal pubblico non si può prescindere, perché senza di lui non c’è esibizione, quindi è importante che ci sia un interesse dell’altro su ciò che si fa; d’altra parte però ho sempre studiato musica per una necessità interiore, una mia passione, e credo che continuerò a farlo anche se non ci dovesse essere più pubblico ad ascoltarmi.

Ci parli della tua esperienza di studio alla celeberrima Berklee College of Music di Boston?

Sono stato un semestre alla Berklee grazie a una borsa di studio vinta ai seminari estivi di Umbria Jazz a Perugia.

Da un punto di vista didattico ho trovato una grandissima organizzazione, una vera e propria “industria dell’apprendimento”, una scuola capace di sfornare veri professionisti della musica.

Quello che mi ha fatto veramente bene è stato però il contatto e lo scambio musicale continuo con gli altri studenti: ogni giorno si poteva studiare, suonare, fare jam sessions con musicisti provenienti da ogni parte del mondo; una cosa veramente unica ed estremamente stimolante che mi ha formato più di tante altre lezioni seguite lì.

Pensi che da parte delle istituzioni italiane ci sia sufficiente attenzione al jazz?

Mi sembra che il jazz stia condividendo il destino della cultura in Italia: sempre meno sensibilità da parte delle istituzioni e tagli crescenti al budget per festival e iniziative di promozione. Mi sembra che il futuro del jazz sia sempre più in mano a un manipolo di appassionati che tra mille sforzi cercano di mantenere in piedi un cartellone di proposte musicali, oppure di qualche avventore che inserisce nella programmazione del proprio locale qualche gruppo di jazz.

Cosa puoi dirci della tua esperienza all’interno del collettivo El Gallo Rojo? Come si svolge il lavoro?

El Gallo Rojo è un collettivo di 14 musicisti che si occupa principalmente di produzioni discografiche, ma non solo, infatti Massa Sonora, l’evento musicale che si svolge a Massa Lombarda, è già alla quinta edizione.

Il collettivo valuta le proposte discografiche che possono arrivare da ciascuno dei suoi membri oppure anche da un musicista “esterno”, se almeno 10 di noi danno parere positivo il disco viene coprodotto assieme all’artista.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Di progetti musicali ne ho veramente tanti, purtroppo le occasioni per esibirsi scarseggiano un po’, ma devo dire di essere molto contento sul piano della musica.

Sto cercando di promuovere Fresh Frozen, ma sono un pessimo manager di me stesso, per ora con questa formazione ho in programma solo qualche concerto ad aprile.

A marzo debutterà anche un progetto, di cui ho curato le trascrizioni e gli arrangiamenti, dedicato a J.S. Bach insieme al grande sassofonista classico Mario Marzi.

Sto per andare in studio con Three Branches: un trio che ho assieme a Francesco Saiu e Giacomo Papetti; suoniamo musiche originali nostre.

Proseguirò anche il lavoro in duo con Salvatore Maiore: questa volta, a differenza dei due dischi precedenti che erano più sperimentali, ci concentriamo sulla musica di Mingus, sempre riletta a modo nostro.

di Francesco Marchetti